La pomata per il dito

C’era una volta, 50 anni d.C., nell’Africa centrale, un Drago di Komodo molto furbo, infatti sapeva quando attaccare e quando fingersi morto.
Purtroppo certe volte gli si bloccava il dito e la cosa gli dava molto fastidio.
Consultò il saggio del villaggio dei draghi di Komodo, che gli consigliò di cercare di uccidere il grande toro malvagio, di prenderne la coda magica e di farne una pomata per il dito.
Quindi decise di partire, prese poche cose per il viaggio, salutò gli altri draghi e lasciò il villaggio.
Cammina cammina, al tramonto, mentre cercava un luogo dove passare la notte, vicino a un albero di pompelmo, si imbatté in un maestoso ghepardo arancione con punti neri.
Il ghepardo gli chiese aiuto perché stava sprofondando nelle sabbie mobili. Il Drago di Komodo aveva molta fretta, perché il sole era ormai calato ed il freddo era sempre più intenso, ma non se la sentì di abbandonare il maestoso ghepardo e si fermò ad aiutarlo per tutto il tempo che fu necessario.
Quando ebbe finito,il ghepardo lo ringraziò e se ne andò.
Era ormai notte fonda e non gli restò che cercare di addormentarsi sotto l’albero di pompelmo.
Quando al mattino si risvegliò, trovò un baffo di ghepardo appoggiato sul suo bagaglio e accanto un biglietto su cui era scritto:
“Questo dono è per chi agì come un figlio. Possa aiutarti nel momento del periglio. Rammenta che esso rende velocissimo chi lo tiene tra le labbra.” Il Drago di Komodo capì che glielo aveva lasciato il maestoso ghepardo della sera prima e riprese fiducioso il cammino.
Cammina, cammina, attraversò una grande tempesta di sabbia ed alla fine giunse sull’Everest dove regnava Fulmine, un toro malvagio con lunghe corna appuntite. Il toro si divertiva a far scivolare giù dall’Everest uomini e animali.
Tutto il popolo era terrorizzato da questo cattivo tiranno, ma nessuno osava ribellarsi. Anche il Drago di Komodo era un po’ intimorito, ma pensando alla sua missione, si fece coraggio e si presentò allo spaventoso toro.
Appena fu davanti a lui, rabbrividì, ma lo salutò ugualmente con rispetto e gli spiegò il motivo per cui aveva intrapreso quel lungo e faticoso viaggio: certe volte gli si bloccava il dito perciò gli sarebbe servito qualche pelo della sua coda…
Ma Fulmine non lo lasciò proseguire, lo fece legare e sghignazzando gli disse:
“Sciocco e presuntuoso di un Drago di Komodo, ti darò qualche pelo della mia coda, a patto che tu superi questa prova: legato e senza muoverti dalla tua prigione, dovrai salire sull’Everest. Ma ti avverto: se non ci riuscirai, morirai terribilmente domani stesso!”
E lo congedò ridendo perfidamente.
Quando Fulmine se ne fu andato, il Drago di Komodo pianse tutta la notte, perché capiva che la morte si avvicinava.
Ma ecco che dietro la porta della sua prigione sentì una vocina sottile sottile:
Era quella del maestoso ghepardo che gli disse: “Figlio caro, non temere, corro a fare il mio dovere. Chi ha agito come un figlio, non sia solo nel periglio…”
Subito dopo, comparve un altro maestoso ghepardo come lui, seguito da un altro e poi da un altro ancora, finché furono 100 e tutti insieme si misero all’opera: presero la prigione e la trasportarono sulla cima del monte Everest.
Quando l’indomani il toro dalle lunghe corna appuntite vide che il Drago di Komodo aveva superato la prova, andò su tutte le furie e decise di ucciderlo lo stesso, ma questi fù più svelto di lui: appena venne condotto in sua presenza, tirò fuori il dono ricevuto dal maestoso ghepardo , il baffo che rendeva veloce e Fulmine, per quanti sforzi facesse, non riuscì ad avere la meglio.
Non gli restò perciò che darsi alla fuga, abbandonando il paese.
Ma il Drago di Komodo era riuscito a strappargli un ciuffo di peli della coda se ne tornò al suo paese, carico di tutti i doni regalatigli dagli abitanti del luogo, felici per la libertà che egli aveva procurato loro. Appena arrivato, riuscì a farsi la pomata per il dito. Poi dormì per sette giorni.
E il toro? È ancora lì che scappa…

Riccardo Calugi
Elyas Delsante

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